Teo, suoni e sorrisi

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Teo ha 6 anni ed è affetto dal disturbo di processazione sensoriale. Ci siamo conosciuti ad aprile e da allora una volta a settimana vado a casa sua, nel sud ovest di Londra, dove cantiamo, balliamo e suoniamo insieme.

Quando è stanco, come oggi, non c’è possibilità di interagire con lui attraverso il linguaggio. Nemmeno lo sguardo è più presente. Quando è stanco come oggi mi sembra di non conoscerlo, di non aver mai lavorato con lui e di aver perso tutti i progressi fatti insieme. Devo immediatamente cambiare modalità di comunicazione e l’unico linguaggio che ci connette è quello sonoro.

Teo ha delle abilità musicali pazzesche (probabilmente dovute alla sua condizione), può trovare facilmente le note delle canzoni che cantiamo e si diverte a registrare le nostre improvvisazioni a quattro mani al piano sulla sua piccola tastiera. Da una settimana all’altra impara nuove melodie che ascolta con la sua baby sitter, le sente una volta e le riproduce. Il problema, a volte, è che le ripeterebbe ininterrottamente per dieci minuti. Ma per ora va bene così, un obiettivo alla volta.

Oggi abbiamo iniziato suonando, c’è stato un “hello” veloce, ha visto l’ukulele, l’ha tirato fuori dalla custodia e me l’ha dato. Non mi ha nemmeno dato il tempo di chiedergli come stava. Ci siamo ritrovati cosí dopo una settimana, non c’è stato bisogno di parlare. Quarantacinque minuti di pura musica, improvvisazione, botta e risposta tra strumenti, tra voci, tra suoni.

Suoniamo anche oggi a quattro mani: a volte mi guida lui e io lo imito, che sorrisi quando se ne accorge! Se invece modifico l’accompagnamento mi guarda con uno sguardo interrogativo e curioso, come a dirmi “sono pronto a rispondere ad una nuova sfida”… da imitare, cambiare, sperimentare.
A volte non vuole che io suoni con lui e così mi toglie la mano dal piano, in modo aggressivo, un po’ come quando accarezza il suo gatto e poi lo spinge giù dal tavolo. Un altro obiettivo su cui lavorare, poco a poco.
A volte si alza dal seggiolino interrompendo la nostra musica, apparentemente senza un motivo, se ne va a giocare con qualcosa; a volte guarda fuori dalla finestra e lo perdo di nuovo; a volte vuole ripetere mille volte le stesse cinque note e l’unica cosa da fare è aspettare. C’ho messo tanto ad imparare a farlo, con il carattere che ho io…

Quanto parliamo così Teo? Quante cose interessanti abbiamo da dirci? Quanto è grande e meravigliosa la nostra passione comune che ci permette di conoscerci e condividere così tanto?

Questo spazio di ascolto e rispetto reciproco è quello che vorrei trovare tutti i giorni nelle mie relazioni, non solo in quelle terapeutiche, educative, riabilitative. Questo tipo di esperienza, anche tra adulti, può cambiare le nostre giornate, il nostro modo di affrontare uno spazio sociale sempre più difficile, in cui la condivisione fa così paura che quasi quasi non scrivevo queste righe.

Questa volta ho deciso di farlo, perché non tutti sono insegnanti di musica o musicoterapeuti nella vita e magari leggere queste poche parole può aiutare a capire perché ci piace tanto il nostro lavoro e perché alle volte è così difficile farlo.

Grazie Teo, “See you next week”.

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